Le Cosmitragiche – Quando Splinder ci lasciò con le chiappe a mollo

Ogni tanto ci ripenso, a Splinder. Da quando ho riaperto il blog qui su WordPress mi sento veramente come in una navicella spaziale alla deriva. Mando segnali alla base, ma dall’altra parte non risponde nessuno; vedo un’altra navicella, la raggiungo, guardo nell’oblò e mi accorgo che all’interno i membri dell’equipaggio fluttuano nell’aria senza vita, in stato avanzato di decomposizione (si intuisce che ultimamente ho visto Gravity, ve’?). Ecco, questo è lo stesso effetto che mi fa ritrovare vecchi blog splinderiani riaperti su altre piattaforme con le migliori intenzioni, e spesso abbandonati a se stessi da quel dì, a secco di carburante.
Su Splinder, invece, si carburava bene. Era una base spaziale piena di vita, costruita mattone dopo mattone da astronauti volenterosi, finchè la bontà del lavoro fatto e i frutti che questo aveva portato non avevano destato l’interesse di una compagnia più grande, la cui offerta non si era potuta rifiutare. Quello che i viaggiatori spaziali non sapevano, però, era che la base era stata acquisita per essere smantellata. Con loro dentro.
Da quando la Tipic Inc aveva ceduto la piattaforma alla Dada, sullo sviluppo di Splinder non era più stato buttato un soldo, il forum di supporto era diventato un posto in cui gli utenti si rispondevano da soli, e le crepe, le infiltrazioni e la muffa sulle pareti erano diventate tangibili. La base spaziale un tempo vitale e fiorente stava lentamente decadendo, proprio come la Nakagin Capsule Tower, totalmente priva di manutenzione; eppure molti hanno continuato ad abitarla fino all’ultimo, prima di sgombrare la postazione e mandare la propria capsula in orbita, vuoi per inerzia, vuoi per affetto, vuoi per orgoglio di appartenenza.
Splinder ci piaceva perchè era una piattaforma a misura d’uomo, più che di blog: come ha scritto un tizio in un articolo, era più analogica che digitale. Nella homepage campeggiava la lista degli ultimi siti aggiornati, grazie alla quale io stessa ho trovato, agli albori della mia esperienza informatica, il blog più significativo tra tutti quelli che abbia mai seguito. È su Splinder che ho conosciuto due delle persone più importanti della mia vita, è su Splinder che ne ho trovate molte altre grazie alle quali ho imparato a diffidare delle teste di cazzo prima che possano mettermelo in culo. Grazie a M’importa nasega e Una splendida festa di morte mantengo ancora oggi dei rapporti che mi fanno apprezzare, nonostante tutto, quei due minuti a settimana che passo su Fèisbuc a scrivere qualche stronzata, perchè i commenti più intelligenti/divergenti/irritanti/stimolanti li ricevo proprio da quelle persone che ho incrociato lì, un tempo, su www.splinder.com.
E poi, alla fine, ci siamo trovati di fronte la wrecking ball. Da tempo non aggiornavo più il blog ufficiale, anche se passavo spesso per tenerlo d’occhio insieme agli altri due che tenevo privati. Eppure quell’avviso in cima alla pagina, freddo, conciso, senza possibilità di replica, all’epoca mi aveva lasciata quasi indifferente. Correva l’anno 2011, e io forse credevo che Splinder sarebbe rimasto lì per sempre. In quel momento non mi ero resa conto di quanto fosse stato importante per me averne fatto parte, presa com’ero dai casini sentimentali legati alla piattaforma, e probabilmente desideravo anche che tutto finisse senza lasciare traccia, per portare via con sè le scorie dei rapporti che avevo stretto con qualcuno e che col tempo si erano incrinati. Ma oggi, qui, persa con la mia capsula nella galassia vuota e silenziosa di una piattaforma costruita da androidi senz’anima, mi pento di averlo pensato; perchè mando segnali alla nuova base, perfetta, aggiornata e dotata di tutti gli optional, e nessuno risponde; perchè da lontano, quassù, vedo quella vecchia rasa al suolo, là dove un tempo eravamo tutti di casa, dove al posto delle macerie e del nulla c’erano tante persone che giravano e si incontravano per i corridoi, salutandosi o mandandosi a fanculo, invece di doversene stare chiusi in un anonimo cubicolo in attesa che qualcuno bussi alla loro porta.