L’ultimissima guida alla religione D.I.Y. di Papa Francesco

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Ebbene sì, finalmente ci siamo arrivati: dio è talmente fico, ma talmente fico, e talmente gggiovane, che crederci ormai non serve più a una cippa, tanto lui belli e brutti in paradiso ci manda tutti, perfino noi stronzi atei. Parola di Papa Bergoglio, quello con le scarpe da tennis e il nome del personaggio più idiota che la Chiesa abbia mai annoverato tra le sue fila, e se lo dice lui, il papa dellagggente, la cui sfacciataggine mediatica è riuscita a far cadere nel dimenticatoio perfino quel falso cacacazzi polacco di Wojtyla, buona camicia a tutti.
Genio. Leggenda. Novantadue minuti di applausi per quest’ultima imperdibile trovata. Come si fa a non provare un moto di simpatia nei suoi confronti? Non si può.
Ma la parte più divertente della faccenda, permettetemi di dirlo, sono i cattolici “intransigenti”, gli avemmmariagratiaplenaorapronobispeccatoribus, quelli per cui il papa dovrebbe essere dio in terra. A loro non piace questa apertura verso il nemico: no, loro non possono accettare di aver dato via il culo in età fanciullesca a don Mariano per poi ritrovarsi in fila davanti alle porte del paradiso dietro a qualche comunista senzadio, perciò criticano. Loro criticano IL PAPA, ragazzi. Perché loro, evidentemente, ne sanno più dello stesso dio – che parla agli uomini per mezzo del papa – in fatto di religione.
Francamente non saprei dire quale delle due cose sia più aberrante, religiosamente parlando, ma penso che tra tutte le religioni la più fuffa, la più farlocca, la più imbecille nonché la più ridicola sia proprio quella cattolica, in cui dei semplici miles christi babbioni si permettono di discutere il sacri vaneggiamenti teologici del proprio generale supremo. E questo la dice lunga sull’autenticità della fede di chi si batte il petto sulla pubblica piazza.
Di solito però, quando arrivo a queste conclusioni, mi chiedo sempre ma chi cazzo me lo fa fare, e perché invece di meditare sulle minchionerie di papa Francesco e dei suoi accoliti non mi metto a guardare le foto di Andrew Garfield nudo o parzialmente vestito con la maglietta bagnata che sorge dalle acque come una Venere di Botticelli di origini inglesi ma americana da parte di padre. No, sul serio, era dai tempi in cui Liam Neeson aveva lasciato un posto vacante nel mio cuore che un attore non mi mandava l’ormone allo sbaraglio in questo modo.

Le Cosmitragiche – Quando Splinder ci lasciò con le chiappe a mollo

Ogni tanto ci ripenso, a Splinder. Da quando ho riaperto il blog qui su WordPress mi sento veramente come in una navicella spaziale alla deriva. Mando segnali alla base, ma dall’altra parte non risponde nessuno; vedo un’altra navicella, la raggiungo, guardo nell’oblò e mi accorgo che all’interno i membri dell’equipaggio fluttuano nell’aria senza vita, in stato avanzato di decomposizione (si intuisce che ultimamente ho visto Gravity, ve’?). Ecco, questo è lo stesso effetto che mi fa ritrovare vecchi blog splinderiani riaperti su altre piattaforme con le migliori intenzioni, e spesso abbandonati a se stessi da quel dì, a secco di carburante.
Su Splinder, invece, si carburava bene. Era una base spaziale piena di vita, costruita mattone dopo mattone da astronauti volenterosi, finchè la bontà del lavoro fatto e i frutti che questo aveva portato non avevano destato l’interesse di una compagnia più grande, la cui offerta non si era potuta rifiutare. Quello che i viaggiatori spaziali non sapevano, però, era che la base era stata acquisita per essere smantellata. Con loro dentro.
Da quando la Tipic Inc aveva ceduto la piattaforma alla Dada, sullo sviluppo di Splinder non era più stato buttato un soldo, il forum di supporto era diventato un posto in cui gli utenti si rispondevano da soli, e le crepe, le infiltrazioni e la muffa sulle pareti erano diventate tangibili. La base spaziale un tempo vitale e fiorente stava lentamente decadendo, proprio come la Nakagin Capsule Tower, totalmente priva di manutenzione; eppure molti hanno continuato ad abitarla fino all’ultimo, prima di sgombrare la postazione e mandare la propria capsula in orbita, vuoi per inerzia, vuoi per affetto, vuoi per orgoglio di appartenenza.
Splinder ci piaceva perchè era una piattaforma a misura d’uomo, più che di blog: come ha scritto un tizio in un articolo, era più analogica che digitale. Nella homepage campeggiava la lista degli ultimi siti aggiornati, grazie alla quale io stessa ho trovato, agli albori della mia esperienza informatica, il blog più significativo tra tutti quelli che abbia mai seguito. È su Splinder che ho conosciuto due delle persone più importanti della mia vita, è su Splinder che ne ho trovate molte altre grazie alle quali ho imparato a diffidare delle teste di cazzo prima che possano mettermelo in culo. Grazie a M’importa nasega e Una splendida festa di morte mantengo ancora oggi dei rapporti che mi fanno apprezzare, nonostante tutto, quei due minuti a settimana che passo su Fèisbuc a scrivere qualche stronzata, perchè i commenti più intelligenti/divergenti/irritanti/stimolanti li ricevo proprio da quelle persone che ho incrociato lì, un tempo, su www.splinder.com.
E poi, alla fine, ci siamo trovati di fronte la wrecking ball. Da tempo non aggiornavo più il blog ufficiale, anche se passavo spesso per tenerlo d’occhio insieme agli altri due che tenevo privati. Eppure quell’avviso in cima alla pagina, freddo, conciso, senza possibilità di replica, all’epoca mi aveva lasciata quasi indifferente. Correva l’anno 2011, e io forse credevo che Splinder sarebbe rimasto lì per sempre. In quel momento non mi ero resa conto di quanto fosse stato importante per me averne fatto parte, presa com’ero dai casini sentimentali legati alla piattaforma, e probabilmente desideravo anche che tutto finisse senza lasciare traccia, per portare via con sè le scorie dei rapporti che avevo stretto con qualcuno e che col tempo si erano incrinati. Ma oggi, qui, persa con la mia capsula nella galassia vuota e silenziosa di una piattaforma costruita da androidi senz’anima, mi pento di averlo pensato; perchè mando segnali alla nuova base, perfetta, aggiornata e dotata di tutti gli optional, e nessuno risponde; perchè da lontano, quassù, vedo quella vecchia rasa al suolo, là dove un tempo eravamo tutti di casa, dove al posto delle macerie e del nulla c’erano tante persone che giravano e si incontravano per i corridoi, salutandosi o mandandosi a fanculo, invece di doversene stare chiusi in un anonimo cubicolo in attesa che qualcuno bussi alla loro porta.

Le liste di proscrizione di Orwell e l’ennesimo compleanno di merda

No, lo dico perchè la gente generalmente pensa che 1984 sia un romanzo impareggiabile, e ignora che il santosubito George Orwell, mentre si dilettava a scrivere Minculpop, tenesse un taccuino su cui appuntava (ma non perchè volesse denunciarli ai servizi segreti britannici, per carità, era solo un hobby che usava per tenere allenata la mente) i nomi dei vips e dei personaggi pubblici dell’epoca che a suo parere erano pericolosi simpatizzanti comunisti. Sì, proprio lui, quello che ce l’aveva a morte col Grande Fratello (o meglio, col Piccolo Padre). Ma siccome, per l’appunto, è stato uno dei critici più accaniti del Mostro Sovietico Mangiabambini, allora è giusto che queste quisquilie non si sappiano troppo in giro, perchè potrebbero intaccare la sua reputazione di difensore della democretinocrazia (per dirne una, guardacaso, la voce di Uichipèdia che tratta l’argomento non è mai stata tradotta in lingua italiana, ma tu guarda davèro che combinazione oh!).
Certo è che, con la cifra misera che ho raccolto quest’anno alla sempre deprecabile festa di compleanno in famiglia, con nonne scassaminchia in cerca di particolari da criticare e madri nevrotiche ossessionate dal mise-en-place, non riuscirò sicuramente a sostituire il mio defunto pc con un ultrabook, visto che i miei risparmi sto cercando di tenerli da conto per quando non avrò più di che vivere.

La blogosfera – Giorni di un futuro passato, ovvero: il webduepuntozero fa cacare mattoni

La gente è veramente incarognita, e approfitta di qualunque pretesto per dare il peggio di sè in versione digitale. Cioè, apri Fèisbuc e ti appare una sequela di sproloqui ad minchiam su qualunque cosa: le penose funzionalità di Fèisbuc, i film di Sorrentino, Renzo, Grilli, i vaccini, i caprini, Stamina, staminchia, Justin Bieber, il papa. Poi apri Iutiùb per sentirti una canza e ti appare un’altra sequela di sproloqui ad minchiam tra i commenti del video che hai aperto, quello della colonna sonora della carta igienica Tenderly: e giù insulti, spesso sgrammaticati; ingiurie, spesso prive della corretta punteggiatura; minacce, spesso prive di un destinatario preciso. Poi apri il forum delle Blythe, che un tempo collezionavi, nella sezione del mercatino e vedi che nessuno si caca di striscio la macrocefala che hai messo in vendita per comprarti l’iPod Touch 5 da 32 giga, e ti rendi conto che la crisi è arrivata perfino per i bambolari che fino a ieri ti avrebbero strappato il cuore pur di fregarti quella Emily Temple Cute, e che hai scelto proprio un momento del cazzo per desiderare quel merdoso iPod del cazzo.
Fèisbuc e i social network in generale hanno democretinizzato talmente tanto l’eternet che ormai qualunque beota si sente in diritto di dire la propria, a prescindere dal fatto che sappia qualcosa in merito a quello che dice. Una volta almeno, se volevi farlo, dovevi rimboccarti le maniche e aprire un blog (solitamente sul defunto Splinder, la vecchia casa di noi bloggher sfigati italiani), con conseguente smadonnamento per scegliere un nickname che non fosse già stato preso (e già a quel punto i più gettavano tutto alle ortiche e si rimettevano a fare i solitari con Free Cell o le partite a Campo Minato – che ora, per la cronaca, è diventato Campo Fiorito… Where have all the mines gone? cantavano Peter, Paul and Mary – o a guardare le clip porno da Tubegalore), sceglierti il template tra quelli disponibili (i più volenterosi si davano subito all’accattiemmelle faidatè per evitare di dover scegliere tra quello con la penna stilografica che perdeva inchiostro e quello con la foto dei monti di Cazzafregolo di Cadore in uno scorcio paesaggistico mozzafiato); insomma, il tuo piccolo pulpito te lo dovevi sudare, quindi prima di intraprendere la dura strada del bloggher per procacciarti quattro o cinque lettori fissi (se ti andava grassa), dovevi prima valutare attentamente se valeva la pena perdere notti di sonno per riscrivere da capo il lunghissimo post che avevi concepito e che ti era stato risucchiato dal server prima che tu potessi salvarlo come bozza (su Splinder era la normalità), e infatti non eravamo sicuramente lì gomito a gomito per accaparrarci un pezzetto d’etere, anche se all’apparenza sembravamo tanti. Adesso invece pensano a tutto il signor Zuckenberg e il signor Twitterberg, basta mettere praticamente nelle loro mani la tua vita e in men che non si dica puoi finalmente scrivere cazzate, quisquilie e pinzillacchere in tempo reale.
Io però, dura cervice, stoica, inaffondabile, rinunzio alle lusinghe della facile immediatezza e continuo a tenere il blogz, anche se WordPress è orribile rispetto all’artigianalità naif e pressappochista di Splinder, anche se ormai lo aggiorno una volta ogni due anni e di quei quattro-cinque lettori fissi me ne è rimasto sì e no uno, che mi commenta più per affetto e tenerezza che per reale interesse in quello che scrivo. Almeno qui non sono costretta a leggere le cazzate di nessun altro, se non le mie.

Noiose riflessioni in tema di religione

Che poi, se devo dirla tutta, c’è un luogo comune molto diffuso tra i credenti, e spesso anche tra gli agnostici, che trovo particolarmente curioso: è consuetudine tra queste categorie di persone, infatti, asserire con convinzione che l’ateismo sia a sua volta una forma di fede.
Mi è venuto in mente di sviscerare la questione leggendo questo vecchio articolo del fratello sfigato di Christopher Hitchens, Peter, che purtroppo è quello che tra i due è ancora vivo (è proprio vero che sono sempre i migliori quelli che se ne vanno), in cui il suddetto vorrebbe mettere amichevolmente alla gogna il successo editoriale del fratello “Dio non è grande”. Povero.
L’articolo in questione è una lunga tirata noiosa infarcita di banalità, luoghi comuni e fallacie logiche tanto care ai credenti, non ho voglia di stare qui a confutarlo punto per punto perchè proprio non ne vale la pena e non penso di sbagliare se dico che probabilmente per lo stesso motivo nemmeno il fratello maggiore se lo sarà cacato di striscio: siamo fermi all’abc del chierichetto, e come confronto non darebbe soddisfazione nè a me nè ai miei innumerevoli e colti lettori, come quando si va a discutere con una demente che mette a paragone lo Shining di Kubrick con la versione televisiva di King. Però, anche in questo caso, il nostro leit motiv torna a grande richiesta sugli schermi: l’ateismo di Hitchens 1.0, secondo Peter, sarebbe chiaramente “una forma di fede”.
Inutile dilungarsi sul fatto che il concetto in sè, oltre che oggettivamente inappropriato (se consideriamo che, detta proprio alla spicciola, il pensiero ateo-scettico si basa esattamente sul contrario dell’atto di fede, ossia sul prendere in considerazione esclusivamente l’evidenza dei fatti), sia anche privo di senso, perchè affermare una cosa del genere equivale a dire che l’odio è una forma di amore, che la libertà è una forma di prigionia, che essere assenti è un modo di essere presenti o che il silenzio è un tipo di suono, e così via sull’onda di minchionerie di questo tipo (l’Hitchens dei poveri va addirittura oltre, apostrofando ipoteticamente il fratello maggiore con ficcanti domande come “Ah davvero la tua non è una fede? E nemmeno quella protuberanza che hai in mezzo alla faccia sarebbe un naso, vero?“… Cazzo che arguzia, è strano che quello che tra i due è balzato agli onori della cronaca come brillante giornalista sia stato Christopher e non lui).
Tralasciando quindi l’aspetto “squisitamente logico” (ma quanto mi stanno sul cazzo quelli che usano quest’espressione, mi sto sul cazzo pure io quando lo dico), quello che trovo divertente di questo meme così privo di fantasia è che, ogni volta che mi sento dire che l’ateismo è una forma di fede, ho come la sensazione che i credenti vogliano fare il cosiddetto “scaricabarile”.
Ecco, per farla breve, l’impressione che ho è che chi crede (o dice di credere) si renda perfettamente conto, anche solo inconsciamente magari, che la sua fede nei confronti di una divinità inesistente sia una cosa da idioti medievali, e che allora per ripicca cerchi di attribuire questo errore di sistema mentale anche agli acerrimi nemici atei; si riesce addirittura ad avvertire un senso di frustrazione di fondo quando lo dicono, perchè sanno che si stanno confrontando con persone che li ritengono dei boccaloni, e quindi senza rendersene conto, con la mente annebbiata dal loro complesso di inferiorità logico-dialettica, scoprono inesorabilmente le loro carte. Sì perchè, quando un credente dice che l’ateismo è una forma di fede, invece di dare una giustificazione al suo credo, cerca di sminuire l’avversario appioppandogli la sua caratteristica principale, quella della fede appunto, come se in questo caso fosse un marchio di infamia, finendo per dire, in pratica, “Sì, io sono un imbecille, però lo sei anche tu”. E col sorriso sulle labbra, come se fosse una schiacciante vittoria per lui.
Beh, in fondo sarebbe esattamente nello stile del nostro Hitchens Jr.: un’argomentazione di quelle a prova di bomba. Anzi, di Big Bang.