La Forza del Risveglio

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Tanto tempo fa, in una vita lontana lontana chiamata Seconda Metà Degli Anni ’80, una bambina, grazie al suo pionieristico padre appassionato di fantascienza, cresceva felice e ignara di ciò che l’aspettava negli anni a venire, all’ombra della Trilogia Originale.

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Allora, facciamo il punto della situazione: nel 1999, quando avevo sedici anni, decisi che sarei andata al cinema per vedere La minaccia fantasma solo ed esclusivamente per amore di Liam Neeson. Ebbene, quando uscii dal cinema ero talmente scioccata e inorridita che da quel giorno non ebbi più il coraggio di guardare un altro dei restanti prequel.
Sedici anni esatti dopo (coincidenze? Io non credo), ovvero un paio di settimane fa, ho deciso che sarei andata al cinema per vedere Il risveglio della Forza solo ed esclusivamente per amore del mio fiansè. Ebbene, quando sono uscita dal cinema ero talmente scioccata e inorridita che da quel giorno ho perfino rivalutato La minaccia fantasma, e ovviamente col cazzo che andrò a vedere un altro dei restanti sequel, mannaggia all’amore e a chi l’ha inventato. E non faccio nemmeno lo sforzo di recensirlo, tanto lo sappiamo tutti che fa cacare, che altro c’è da aggiungere? Niente, è pura e semplice merda sciolta.
Fatta questa doverosa premessa, lo scrivo qui in via del tutto ufficiosa e confidenziale, mi sono accordata giusto un’oretta fa con un gran bravo ragazzo grazie al quale ho portato ad un punto decisivo la missione che in questa sede chiameremo Per amore di Guerre Stellari; un amore che è stato messo a durissima prova in tutti questi anni ma che a breve, e penso di poterlo dire con sicurezza, verrà ampiamente ripagato, perché dopo anni di inutili ricerche nel uéb di una pidocchiosa versione priva di deliranti aggiunte posticce (sí occhei ho scaricato quella dei contenuti speciali dell’edizione limitata del 2006 ma i titoli di testa sono in inglese sottotitolati), ho fatto miei i tre VHS originali dell’edizione del 1995, cioè l’ultima prima della prima edizione rimaneggiata del ’97 che da quel momento in poi è diventata lo standard. A questo  punto vi starete giustamente chiedendo “Embè che ce frega dell’edizione VHS del ’95? Fosse stata la primissima 77-80-83 potremmo capire, ma quella del ’95 che c’ha di speciale? Perché non quella del ’91 o del ’93?”; ma perché quella del ’95, cari amici, è l’unica versione pre-ritocco in formato widescreen, vale a dire nell’odierno 16:9 anziché nel tragico 4:3 di tutte le altre edizioni home video precedenti; il che significa che 1) potrò finalmente dire di avere anche io la trilogia in edizione non piratata, la quale, punto numero 2) verrà immediatamente passata su dvd grazie al mio merdaviglioso videoregistratore VHS/DVD, in modo da poter essere finalmente consumata fino alla nausea e senza il cruccio o l’ansia del “presto, manda avanti, c’è la scena con i mostri in treddì che cantano nel palazzo di Jabba the Hutt!”, e 3) cosa per me fondamentale, mi scorreranno davanti agli occhi i titoli di testa delle italiche versioni in VHS, cioè con quello stesso glorioso logo ormai dimenticato di cui abbiamo una diapositiva in cima al post.
Sì, esatto. Finalmente mi potrò riguardare in dvd non Star Wars, bensì GUERRE STELLARI. Cazzo.

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E niente.

Allora belli, io raramente recensisco prodotti letterari indipendenti (e soprattutto positivamente), ma questo è uno di quei casi in cui non posso proprio esimermi.
L’8 e il 15 del corrente mese su Delos Store, in formato ebook, sono usciti rispettivamente Terna secca e Un dolce al sangue, i primi due capitoli della saga del detective Paul Niente, nato dalla contorta e geniale mente milanese di Andrea Nani, in arte Stan. Ovvero il mio bloggher preferito, ora che nell’epoca del uéb duepuntozzero i blog non hanno più senso.

Avete presente il detective Kaiser Lupowitz? Sicuramente no. Però sappiate che Paul Niente riesce ad uguagliarlo, se non addirittura a superarlo. E se lo dico io, che sono una grandissima estimatrice di Kaiser Lupowitz, buona camicia a tutti.
Cosa mi resta da dire di Paul Niente dopo questo immenso, cazzutissimo complimento? Niente. Perché tutto ciò che avete letto finora è niente in confronto a Paul Niente. È oltre il minimalismo: è nientismo.
E con questo, lascio la parola all’autore. Cia’.

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Bimbominkierie e riflessioni psicanalitiche della domenica (anche se è giovedì)

Lo ammetto: quello con Andrew (Andrew Garfield, intendo) è stato solo un timido flirt estivo. Del resto, prima di cancellarle per fare spazio al grande amore della mia seconda e tarda fase da bimbaminkia, nello smartphone c’erano solo 82 foto/gif animate nella cartella “Andrew” (ci metto anche “gif animate” perché si capisca che non ho un Aifòn del cazzo, dato che iOS non le legge… AHAHAHAHAH SFIGATI).
Insomma, l’anno scorso ero lì che cercavo di riempire una volta per tutte il vuoto nella mia vita lasciato da Liam Neeson tanti anni fa, ed ecco che mi appare dal nulla sto Spiderman tipo Pirly Potter ma più carino e con gli occhi color cioccolato. Così, sulle prime, ho pensato tra me “Ma guarda come mi sta sul cazzo quel ragazzino allampanato col monociglio, chissà quanto si crederà figo” – anche se in realtà io ero la prima che lo trovava figo, pur mentendo a me stessa. Poi un giorno, cercando disinteressatamente (così ho raccontato a tutti, perché mi dava fastidio provare interesse per uno che mi stava sulle palle) informazioni su di lui, scopro che questo qui è tutt’altro che un ragazzino, perché ha la mia stessa, fottutissima età: un Classe 1983 a cui nei film toccava puntualmente interpretare dei sedicenni. E così il mio cuore ha fatto un tonfo, e da quel giorno è stato solo amore, perché finalmente mi sentivo giustificata a provare nei suoi confronti quel desiderio bruciante e seCreto che il mio subconscio aveva ritenuto illecito fino a quel momento, datosi che in realtà non era un ragazzino ma un tardone fatto e finito come la sottoscritta. Sono stati momenti felici, non lo nego: Andrew è stato un piacevole diversivo grazie al quale ho ricominciato a provare l’ebbrezza di cercare foto su Google che non riguardassero esclusivamente domotica, arredamento d’interni e soluzioni salvaspazio minimal-chic. Col passare del tempo, però, il desiderio nei suoi confronti si è affievolito inesorabilmente: la cartella “Andrew” era rimasta ferma a quelle 82 foto/gif animate, e ormai quell’insopportabile vuoto nella mia vita era tornato prepotentemente a galla, riflettendosi sulla cartella di immagini “Piante d’appartamento e fontane zen” che al contrario cominciava drasticamente a riempirsi. Decisamente, l’amore per Andrew non era stata che un’illusoria, fugace cotta temporanea; la desolazione era tornata di nuovo a farla da padrona nei miei sogni erotici tardoadolescenziali, e minacciava di intensificarsi ogni giorno di più fino alla definitiva accettazione del fatto che non avevo più sedici anni da almeno sedici anni.
E poi, come un fulmine a ciel sereno, è piombato nella mia vita LUI. Con i suoi supermegamuscoli color sandybrown (caramello sarebbe stato forse più evocativo ai fini della descrizione, ma non sarebbe stata la giusta tonalità di marroncino), il suo metro e novanta circa di meravigliosità incontenibile, i suoi capelli lunghimossibagnati e neri e gli occhi ancora più neri, il suo sorriso da spaccone prepotente della Quinta B, la sua barba folta, le sue sopracciglia folte e i suoi peli folti perfettamente distribuiti in ogni parte del corpo, bello da togliere il fiato, bello e impossibile con gli occhi neri e il suo sapor mediorientale, bellobellobello in modo assurdo, lo guardavo distrattamente saltare come un grillo da una parte all’altra del ring ogni fine settimana sul canale 26 del digitale terrestre, a torso nudo e con i pantaloni attillati che gli fasciavano quelle chiappe semplicemente favolose e quei quadricipiti da sesso non stop h24, e dentro di me pensavo “Ma non è che per caso mi sto bruciando il cervello con questa puttanata del wrestling perché inconsciamente mi piace questo qui?”.
Senza andare troppo a scavare nel mio subconscio, alla fine mi sono resa conto che del wrestling non me ne fregava un benemerito cazzo, e che il motivo per cui lo guardavo ogni domenica in effetti era proprio quello. Che poi in realtà non è solo una questione estetica: ci sono un casino di ragazze che stravedono per i personaggi belli e dannati, quelli che sono leali e coraggiosi ma che la vita ha portato a fare scelte dure, a isolarsi dal mondo perché non credono più in nessuno, nemmeno alle previsioni del Meteo.it per l’ora seguente; un casino di altre ragazze si innamorano dei personaggi goffi e timidoni, quelli con gli occhi grandi e un cuore ancora più grande che straripa seCretamente d’amore per la loro amata che di solito è l’amica del cuore dell’asilo; un casino di ulteriori ragazze poi vanno pazze per i villain veri e propri, quelli spietati, cinici e caustici, senza un briciolo di pietà nemmeno per la cassiera del supermercato che non ha più soldi spicci da dare come resto, gelidi e sprezzanti, pure un po’ stronzi, come l’Innominato di manzoniana memoria che faceva il bello e il cattivo tempo dal suo castellaccio su quel ramo del Lago di Como che volgeva a mezzogiorno. Ecco, io invece sono sempre stata perversamente attratta dai tipi alla Don Rodrigo, che minchioneggiava dal suo palazzotto, quelli cioè che, prepotenti e pieni di sé, nemmeno tanto svegli, ad un certo punto della storia commettono un mega epic fail e si sputtanano alla grande davanti a tutti, facendo una figura di merda epocale: in parole povere i cattivi-coglioni, proprio come il personaggio interpretato dall’attuale monopolizzatore dei miei turbamenti.
Mi ricordo che il mio primo amore dei cartoni animati, a 4-5 anni, era stato proprio un tipo così: mi pare si chiamasse Glenn ed era un lupo rubagalline mezzo barbone e sfigato che viveva ai margini di Maple Town, la ridente cittadina del bosco. Io lo amavo, Glenn, davvero. Amavo la sua dabbenaggine, amavo il fatto che gli andasse sempre tutto storto, e mi irritava il fatto che fossi l’unica a comprendere la complessità del suo personaggio che non poteva essere semplicemente liquidato come “cattivo”, perché lui era quello che si credeva astuto ma che in realtà era solo un inetto incapace di infinocchiare un qualunque orsacchiotto con la salopette e la camicia da boscaiolo – una cosa che trovavo estremamente affascinante.
Ecco, penso che sia anche per questa influenza erotica che Glenn il lupo sfigato esercitava su di me ai tempi dell’asilo che alla fine mi sono innamorata del wrestler cattivo e coglione. O forse sto solo cercando di dare una giustificazione edipica alla mia crisi di mezza età, che detto fra noi non è bella per niente, non è. No, dico, ottocentocinquantacinque foto/gif animate solo nello smartphone, e ha pure tre e dico TRE anni meno di me. Non sto bene mi sa.

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Come sprecare serate a guardare film di merda – Lost in translation

Stasera, visto che come al solito non avevo una cippa da fare, mi sono dedicata alla visione di “Lost in translation” dopo tanto tempo che ne avevo l’intenzione. Ingenuamente ho sempre creduto che avesse a che fare, almeno tangenzialmente, con robe tipo traduzione, interpretariato, adaptation & compensation e così via; inoltre, una feticista di tardoni come me non vedeva l’ora di vedere le scintille tra un cinquantenne o giudilì e una venticinquenne o giudilì. E invece ho testé scoperto che è un film di merda senza senso, proprio come il suo stupido titolo.
Dunque, per fare una sinossi il più fedele possibile, in pratica c’è il culo di Scarlett Johansson – che gira in mutande per quasi tutta la durata del film – che si è reso conto troppo tardi che Giovanni Ribisi, con cui è sposato da due anni, è un disadattato che balbetta e, udite udite, RUSSA DI NOTTE (no, dico, se non è questo il massimo dell’antiromanticismo!!1!1 No cioè, ke sfigato!!1!); i due soggiornano a Tokyo per non si sa quale motivo, o meglio, si capisce in seguito perchè tra una balbuzie e l’altra Ribisi fa capire allo spettatore che è un fotografo delle starz (cioè, di starz un po’ scarse, come lui del resto). Il culo della Johansson invece si è laureato in filosofia, perciò è un intellettuale, e questo lo fa sentire a disagio quando si confronta con il mondo frivolo e superficiale nel quale lavora il suo rincoglionito e buffo marito; il fatto poi che si trovino in questa città così lontana dagli Stati Uniti e così bizzarra e strana, piena di cose così poco americane e di questi giapponesi che sono così ridicoli col la loro R pronunciata come L e fanno cose veramente troppo strane e diverse da quelle del mondo occidentale, provoca ulteriore ansia al culo della Johansson che quindi la notte non riesce a dormire.
Nel frattempo si trova nello stesso albergo anche Bill Murray che non si capisce bene che tipo di mestiere faccia, insomma è un attore americano in declino o forse un attore americano che va un sacco in Giappone, questo non si capisce bene, però si capisce che lui è lì per girare uno spot da ben due mylyony dy dollary per un uísky tipo il Vat69 e che è scazzato non poco; del resto i suoi collaboratori giapponesi sono degli imbecilli che stanno tutto il tempo a comportarsi in modo educato e gentile (ke sfigati!!12!), e oltre a ciò anche Bill nota che Tokyo è piena di gente che parla un inglese con accento non americano o addirittura che parla giapponese (!!1!), e questo lo mette un sacco a disagio e non lo fa dormire la notte, per non parlare di sua moglie che normalmente non lo caga di striscio ma poi quando è in giro per il mondo lo tempesta di fax per chiedergli che sfumatura di rosso voglia per il suo studio o di che lunghezza preferisca le mensole della libreria. Tutto questo per dire che il matrimonio dopo l’arrivo dei figli è duro, gente, e che quindi se durante il film gli scapperà via l’uccello per andarsi a infilare nel culo della Johansson non dovrete stupirvi. E va be’, penso tra me, in fondo è per questo che l’ho scaricato, perciò pur se molto titubanti andiamo avanti e vediamo dove va a parare.
Allora una delle varie sere in cui non riescono a chiudere occhio, i due (il culo della Johansson e Bill Murray) si incontrano al bar dell’albergo e fanno una chiacchierata di circostanza, del tipo “Tu che fai? Io sono giovane, tu sei vecchio, ma com’è essere sposati per venticinque anni? Eh lo so, qui in Giappone parlano tutti giapponese e i loro programmi televisivi fanno cagare, comunque sto pensando intimamente che ti vorrei scopare però non lo dico perché questo è un film romantico che deve creare delle aspettative perciò mi limito a fissarti intensamente, ok buonanotte a domani”.
Nel frattempo, guarda un po’ che culo, il marito del culo della Johansson se ne deve andare per un paio di giorni a fare foto, momento in cui uno finalmente pensa “Evvai, da adesso in poi sesso a go-go per il resto della pellicola così almeno diamo un senso a questo film sfracellacoglioni”; e invece no, perché questo non sarà che l’inizio di una lunga serie di scene e dialoghi privi di senso, spessore e dignità, intrisi di una banalità sconcertante, tipo che si mettono a correre ridendo nel traffico di Tokyo o nella hall dell’albergo (mancava solo che piovesse), o che si fanno le canne a casa di uno mentre cantano col karaoke sempre mentre continuano a fissarsi intensamente e romanticamente anche se noi tutti sappiamo benissimo che vorrebbero reciprocamente scoparsi, il tutto sempre sullo sfondo di un Giappone metropolitano pieno di luoghi comuni e stereotipi che manco er Monnezza con er Chiappetta, al cui confronto battute come “A Chiappe’, su ‘sta fava ‘n se scureggia” sono di una intensità e di una profondità smisurata.
Ovviamente, per condire il tutto con un’ultima spruzzatina di mediocrità, alla fine i due si ritrovano a dormire nello stesso letto senza però fare sesso (lui si limita ad accarezzarle un piede mentre dorme, cioè, ke romantiko!!1!2), cosa per cui questa pellicola di merda è stata osannata all’unanimità da pubblico e critica (perché il sesso è brutto ragazzi, è molto più poetico passare il tempo a dire e fare stronzate senza senso). Ah, e prima che lui se ne torni a casa, la raggiunge in strada e le sussurra una frase che lo spettatore non riesce a sentire (che aura di mysthero e indecifrabilità!), dopodichè risale in macchina mentre lui (il culo della Johansson) si confonde tra la massa informe di giapponesi tutti uguali e riprende a camminare.
Ecco, quando mi trovo di fronte a pellicole imbarazzanti come questa, che riescono a farmi sentire più a disagio di quando vedo la pubblicità di Vagisil contro la secchezza vaginale per ritrovare il piacere nell’intimità, mi chiedo sempre che cazzo di problemi abbiano dentro la testa quelli che l’hanno partorita. Insomma, non dico il TSO, ma qualche anno di terapia da un buon analista secondo me potrebbe essere d’aiuto.

Cinquanta sfumature di Topo Gigio

In questi giorni, tra le femmine illetterate di tutto il mondo incapaci di distinguere la propria vagina da un buco di culo, serpeggia il brivido dell’attesa: infatti, a breve, uscirà nelle sale la versione cinematografica dell’ormai celebre romanzo “Fifty shades of Grey”, un pastiche pornosoft fintoromantico adatto a quella fascia di pubblico che considera gli Harmony un po’ troppo osé, il cui travolgente erotismo dal retrogusto sadomaso eguaglia forse solo la visione di un alluce in cancrena per via dei geloni. Per chi volesse approfondire l’argomento, ecco un articolo di una scrittrice che disprezzo (anche se in fondo mi è un po’ simpatica, lo confesso) che sintetizza egregiamente il contenuto di questo libro. Questo invece è un articolo di un sito che disprezzo che sintetizza al meglio la biografia della scrittrice che disprezzo di cui sopra. Per la cronaca, perché non nascano fraintendimenti, quelli di Nonciclopedia invece mi stanno proprio sul cazzo.
Comunque, per celebrare questo evento di idiozia epocale al quale ovviamente non prenderò parte, ho voluto omaggiare i miei numerosissimi lettori con un brano salvato dal falò virtuale che distrusse Splinder, datato 20 giugno 2010: il post si intitolava giustappunto “Manuale per giovani apprendisti di bdsm” ed è tratto da una delle perle volgarmente intellettuali del compianto Eiaculando, l’ex blog del mio amico R, alla quale io stessa detti un importante contributo, come si evince dalle note a pie’ di pagina. Ve lo ripropongo qui integralmente perché possiate comprendere tutti il valore della vera letteratura erotica, su cui purtroppo nessuno si azzarda ad investire qualche soldo per farne un film.
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(Quello che segue è la cronaca piuttosto fedele della mia prima e pressochè ultima esperienza nel campo del sadomaso. Sconsiglio chiunque voglia praticare bdsm dal prendermi ad esempio)

La ragazza era carina e aveva un culo che sembrava una poesia di Garcia Lorca letta da Albertazzi.
“Senti, tu mi piaci”, mi disse (e già qui avrei dovuto capire che la ragazza era di gusti quanto meno originali) “ma a me piace il bdsm, non so tu che ne pensi”. Io senza avere la minima idea all’epoca di che cazzo significasse bdsm: “Anche a me!” risposi con entusiasmo, del resto per portarla a letto sarei diventato un nano se solo me lo avesse chiesto.
“Oh bene”, disse l’ingenua fanciulla, “spero tu sia un master perchè io sono una slave fatta e finita”.
Chiaro che lo ero. Se non altro avevo capito a che si riferiva con bdsm. Schiava e padrone, roba sadomaso. Mi sembrava una cosa alla mia portata, tutto sommato, mi ero fatto un paio di seghe con una foto di Corinne Clery tratta da Histoire d’O pubblicata su Cosmopolitan dove l’attrice appariva a torso nudo e legata, e soprattutto ero fresco reduce dallo studio di Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno dove appariva un saggio su de Sade dal titolo Juliette, o illuminismo e morale. Insomma mi pareva di avere le carte in regola, che ci voleva a legare una tipa frustrarla un po’ (ma quanto po’ non lo sapevo bene) e scoparla? Il tutto ovviamente fatto in un’ottica da neomarxista critico della scuola di Francoforte, insomma sesso ma anche politica: all’epoca mi pareva il massimo desiderabile.
Il primo problema lo ebbi con le corde.
“Quelle non sono corde, sono trecce” disse lei.
“Che differenza fa?” dissi io. Lei era nuda io ero nudo, la questione semantica mi pareva secondaria. Già trovare le corde o trecce che fossero era stata una impresa per me.
“Vabbè dai legami”. Cominciai ad armeggiare con le corde cercando di legare i polsi della ragazza alla testiera del letto. A parte i lacci delle stringhe non avevo mai legato niente altro. Avevo un vago ricordo di una pagina del manuale delle Giovani Marmotte con la spiegazioni di diversi tipi di nodi, e di un tentativo materno di farmi entrare nei boy scout infrantosi contro il mio fermo e sdegnoso rifiuto di vestirmi come Jerry Lewis per girare in boschi umidi.
“Insomma hai fatto?” era un po’ spazientita.
“Si certo”. Lei tirò leggermente le corde e il nodo si sciolse. Mi guardò con sospetto:
“Che cazzo di nodo hai fatto?”
“Era un gassa d’amante”, bluffai ma mi piaceva il nome, “non so si vede che c’è troppo umido”.
“Ma tu l’hai mai fatto il master? Vabbè dai picchiami sul sedere con un cucchiaio di legno”
“Ahò mi pare che per essere una schiava comandi un po’ troppo” tentai in un sussulto da vero padrone.
(forse continua)

(ok continua)
“Dai stai zitto, fai il master e picchiami”, si mise a quattro zampe. Se non altro la visione era notevole. Presi un cucchiaino di legno che mia madre usava per rimestare il sugo.
“Non ce l’hai più grande?”. Avvampai.
“Vabbè ma se non ti va bene nemmeno la grandezza del mio uccello!”
“Cretino. Il cucchiaio dicevo”
“Ah, no, però c’ho un frullatore”
Lei sbuffò. Cominciai a picchiarla con questo cucchiaino di legno, provandoci pure un po’ di gusto perchè la ragazza era pure carina ma mi stava sfibrando. Già scopare “normale” per me è sempre stata una fatica, tutto questo armeggiare mi stava davvero sfinendo.
“Dai ora facciamo il figging” disse lei, le chiappe appena appena arrossate, penso che la madre l’avesse menata più forte a sei anni.
“Uh?” dissi io, con la mia faccia migliore: quello che sa tutto ma che proprio in quel momento non sa rispondere ad una domanda ma solo per un momentaneo vuoto di memoria.
“Non sai cosa è il figging!” mi accusò lei. Io volevo solo fare sesso porca troia che pomeriggio del cazzo. Il quale organo nel frattempo per la noia era praticamente sparito, ridotto alle dimensioni di un verme, di quelli piccoli.
“Allora, è quando metti una radice di zenzero nel sedere, dai prendi lo zenzero” Pensavo mi prendesse per il culo e risi. Lei mi guardò con commiserazione:
“Guarda che mica scherzo, lo facevano in epoca vittoriana”
“Ah già che scemo l’ho letto in Trollope, no è che io sono per il sadomaso moderno e poi in famiglia siamo allergici allo zenzero” buttai lì. Mi fissò con la faccia da guarda che stronzo dovevo incontrare oggi.
“Vabbè del tabasco ce l’hai?” Quello l’avevo. In tutte le case c’è sempre una bottiglietta di tabasco che giace per anni in fondo all’armadio dei liquori. Non ho mai visto nessuno però usarla. In bagno lei miscelò in un bicchiere della crema nivea con del tabasco.
“Dai spalmamela dentro” disse rimettendosi a quattro zampe sul letto. Cominciai a spalmarle il pappone nel culo.
“Mmm come brucia, che bello” disse lei. Se non altro la cosa si era un po’ messa in moto. Pure il mio pene decise di riaffacciarsi sulla scena. Rinfrancato nel mio ruolo di master presi l’iniziativa e cercai di scoparla.
“Oh ma che fai?” si svincolò lei mandando a vuoto il mio pene.
“Ti scopo no?” dissi io con l’ingenuità dei giovani maschi finti master.
“Ma devi farmi prima un po’ di tease and denial!” Il pomeriggio avanzava, ero sudato come un portoricano, i miei sarebbero forse rientrati da lì a non molto e il mio cazzo continuava a chiedermi perchè non lo avessi gratificato di una sana sega in compagnia delle modelle senza testa del catalogo di intimo Postal Market. Dopo tutto all’epoca, lo dico con modestia, ero l’Eric Clapton della masturbazione.
Non sapendo da che parte iniziare per il tease and denial le infilai la lingua nel culo (mi pareva la scelta tutto sommato più intelligente da fare giunti a quel punto), il sapore di nivea e tabasco mi diede un leggero conato di vomito.
“Ahia mi fai male” disse lei.
“Ma come, cazzo, ti infili le radici di zenzero nel culo e poi ti faccio male io con la lingua?!”
“Si vabbè ma tu non sei mica un vero master, sei uno da anal basic” disse lei. E lì sono ancora.

(Come detto all’inizio è quasi tutto vero anche se  ovviamente ho cercato di mettermi sotto una luce migliore (…) tranne la storia del figging, la ragazza in realtà si limitava alle cosiddette palline giapponesi; non sapevo esistesse il figging fino a quando non me ne ha parlato Cecy, e non voglio nemmeno sapere come faccia a conoscere l’esistenza di tale pratica una che potrebbe essere mia figlia. Sempre lei in una conversazione in pvt mi ha dato “dell’anziano ancora fermo all’anal basic”, il che è verissimo. Ah e per quanto ne so Trollope non cita il figging da nessuna parte ma sono quasi sicuro che lo praticasse di nascosto).

Guida galattica per fantaregisti

Diciamocelo sinceramente: Interstellar fa abbastanza cagare.
Per carità, come hanno detto tutti i critici visivamente è molto godibile, specie se consideriamo che Nolan l’ha girato su pellicola e quasi tutto dal vero, lasciando poche scene alla computer grafica. Ma poi a dirla tutta anche Nolan comincia a sfracellare le palle, e soprattutto il suo seguito di fan adoranti, non molto dissimili dai veneratori di Burton, Tarantino o Matteo Salvino.
Comunque, come dicevo, è stato proprio un piacere per gli occhi passare tre ore nel multisala a guardare quel film di merda. E per fortuna che l’UCI ci aveva regalato due biglietti omaggio per l’occasione, sennò ero ancora lì a tirare moccoli. Voglio dire che quando uno ha la pretesa di paragonarsi anche solo lontanamente a Kubrick e al suo masterpiece di cui abbiamo una diapositiva nell’header di questo blog, almeno potrebbe evitare di inserire qua e là dialoghi presi in prestito dallo script di Crossroads – Le strade della vita, o tentare di dare ai personaggi un minimo di spessore in più rispetto a quello dei preservativi ultrasottili al sapore di guaranà.
Non voglio entrare nel merito degli errori scientifici che sono stati paventati da molti delusi, perché mi metto nei panni del minchione qualunque ignaro delle leggi della fisica che semplicemente non vedeva l’ora di vedere sto film cascasse il mondo anche se di domenica con la pioggia e nel cinema più preso d’assalto del capoluogo della propria regione (in pratica io). Però non è possibile che uno che si fregia di essere un regista coi controcazzi mi propini l’ennesima scena familiare con bambina isterica che non si fa una ragione del fatto che il padre astronauta debba partire per una missione.
Che poi fa ridere perché la bambina in questione è una bambina brillante e molto dotata. Quindi una bambina brillante e molto dotata che però non riesce a capire che per essere un astronauta devi necessariamente salire su un’astronave, la quale, presumibilmente, ti porterà a viaggiare nello spazio, quindi A LEVARTI DAI COGLIONI PER MESI, FORSE ADDIRITTURA ANNI. Va be’, ma è solo una bambina di dieci anni brillante e molto dotata, come può capire una cosa del genere?
Comunque il protagonista, per la cronaca, si rimette in sella per questa missione dopo anni di inattività, senza avere la minima preparazione per il viaggio interstellare che sta per intraprendere, che prevede tra le altre cose l’attraversamento di galassie, buchi neri, buchi di worm e altre amenità del genere. Una cosa perfettamente comprensibile, del resto: chè per caso mi devo preparare studiando la missione, io, quando vado a fare due passi per via Manzoni?
Divagando ho dimenticato di specificare che il NORAD, nel frattempo, si è trasferito nel posto “più inaccessibile del mondo” (sic!) ovvero la periferia del Wyoming (o del Minnesota), protetto da un’inviolabile rete metallica come quella del campetto da calcio di Collevario, e a meno che non siate una coppia in cerca di un posto appartato per farsi una sveltina nel retro di un fuoristrada, di sicuro non lo trovereste mai. La NASA, in questo futuro imprecisato, è stata smantellata per questioni di crisi, anche se ivi, ossia sempre nella periferia del Nebraska, continua ad operare in gran segreto: è stata talmente smantellata, infatti, che ha i fondi per costruire alla chetichella un missile spaziale per questa missione seCretisssima, nel laboratorio accanto alla sala riunioni, e perfino per farlo decollare (sempre senza che nessuno se ne accorga).
Gli androidi di cui gli uomini si servono in questa realtà hanno una vaga, ma che dico, vaghissima somiglianza con il monòlito di kubrickiana memoria. Così, tanto per dire. E il titolo del tema principale della colonna sonora è Also sprach Zimmerthustra.
Comunque glisserò su un sacco di roba che perfino una minchiona qualunque ignara delle leggi della fisica come me è riuscita a notare, per giungere all’acme di questo lungo(troppo lungo)metraggio: mentre tre stronzi di astronauti in orbita in una galassia sconosciuta non sanno più che pesci pigliare perché non hanno abbastanza carburante per raggiungere tutti i pianeti potenzialmente abitabili segnalati dalla precedente missione, quella lì incomincia a fare un discorso sull’amore che regola l’universo… No, non è un refuso del correttore automatico, ho scritto proprio che quella lì, la tipa spaziale, incomincia a fare un discorso sull’amore che regola l’universo. Io ero lì, con la faccia di chi già da un po’ ha iniziato a sentirsi vagamente gabbato, e pensavo… MA CHE CAZZO??
Comunque nel frattempo la bambina isterica brillante e molto dotata è diventata una scienziata isterica brillante e molto dotata che non ha evidentemente superato il complesso dell’invidia del pene; quando suo padre, cadendo in un buco nero, finirà in un tesseract pentadimensionale situato dietro la libreria di casa e cercherà di comunicare con lei tramite codice morse (che si rivela essere lo stesso fenomeno inspiegabile che apre la vicenda di questa famiglia americana sull’orlo di una crisi di nervi… Miiiiiii, il paradosso temporale!!), lei avrà un’improvvisa folgorazione e intuirá che dietro la libreria, quando era ancora una bambina isterica brillante e molto dotata, c’era sempre stato suo padre che cercava di parlarle dal futuro, tanto che se ne va al NORAD a elaborare una teoria in merito riuscendo perfino a venirne a capo. Come ha fatto la nostra scienziata a capire che si trattava di suo padre? Cosa la rende così sicura di un’ipotesi tanto improbabile? Ma perché, è così importante a questo punto dilungarsi sull’argomento quando c’è ancora almeno una decina di topoi fantascientifici da sviscerare a mezz’ora dalla fine del film? Certo che la gente ha di quelle pretese!
Comunque, senza scendere nei dettagli del finale, nella poetica scena conclusiva il protagonista, che non sa più come passare il tempo, sale di nascosto su uno shuttle mentre il custode si gira a guardare altrove per un momento, e decolla alla volta dell’astronautessa che blaterava d’amore, che nel frattempo è precipitata casualmente sull’ultimo pianeta potenzialmente abitabile, che per fortuna si rivela veramente abitabile (nessuno si era sognato di andarci, nel frattempo: aspettavano solo che lui tornasse dalla quinta dimensione per rispedirlo subito in orbita), e questo dopo che un astronauta reduce dalla precedente missione esplorativa aveva attentato alla loro vita e danneggiato irreparabilmente l’astronave, ma non vi dico come viene a sapere che lei è lì perché vi rovinerei la visione di questo film. Di merda.


*Casomai qualcuno volesse approfondire l’argomento senza bruciare tre preziose ore della propria vita come ho fatto io, comunque, qui su Proeliator troverà pane per il suo salame.